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ISABELLA MORRA

Isabella Morra bis

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I FIERI ASSALTI DI CRUDEL FORTUNA
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I fieri assalti di crudel Fortuna
scrivo, piangendo la mia verde etate,
me che 'n si vili ed orride contrate
spendo il mio tempo senza loda alcuna.
Degno il sepolcro, se fu vil la cuna,
vo procacciando con le Muse amate,
e spero ritrovar qualche pietate
malgrado de la cieca aspra importuna;
e, col favor de le sacrate Dive,
se non col corpo, almen con l'alma sciolta,
esser in pregio a più felici rive.
Questa spoglia, dove or mi trovo involta,
forse tale alto re nel mondo vive,
che 'n saldi marmi la terrà sepolta.
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TORBIDO SIRI, DEL MIO MAL SUPERBO
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Torbido Siri, del mio mal superbo,
or ch'io sento da presso il fine amaro,
fa' tu noto il mio duolo al padre caro,
se mai qui 'l torna il suo destino acerbo.
Dilli com'io, morendo, disacerbo
l'aspra fortuna e lo mio fato avaro,
e, con esempio miserando e raro,
nome infelice e le tue onde io serbo.
Tosto ch'ei giunga a la sassosa riva
(a che pensar m'adduci, o fiera stella,
come d'ogni mio ben son cassa e priva!),
inqueta l'onda con crudel procella,
e dì: - M'accrebber sì, mentre fu viva,
non gli occhi no, ma i fiumi d'Isabella.
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Isabella Morra nacque da famiglia patrizia nel 1520 a Favale, l’odierna Valsinni, un piccolo borgo arroccato nel Pollino, tra Lucania e Calabria, dov’era il feudo familiare, la terza degli otto figli di Giovanni Michele Morra.
Breve e infelicissima  fu la sua vita, a soli ventisei anni fu uccisa col suo precettore, pugnalata dai fratelli  nel castello di Morra, per via di una presunta relazione clandestina con il barone spagnolo Diego Sandoval de Castro.
Della sua produzione poetica , rivalutata nel ‘900 da Benedetto Croce che,  restano  un esile canzoniere, le “Rime”, tredici componimenti, dieci sonetti e cinque canzoni, che rappresentano l’impetuosa autobiografia e ne rivelano l’indole malinconica e appassionata, ma sono anche testimonianza della sua dotta e raffinata cultura.
Il petrarchismo,  per Isabella,  resta solo un vago punto di riferimento, e rivela sensibilità e suggestioni tassiane ed anche leopardiane (il natio borgo selvaggio e l’invettiva alla crudel fortuna), con la trasfigurazione lirica del paesaggio, che diventa partecipe dei suoi stati d’animo, e con la tragicità delle immagini con cui esprime il suo tormento.
Nelle “Rime”,  che vertono sulla sua vicenda esistenziale, sull’ansia di libertà, sulla volubilità della fortuna, sull’avversa sorte, sulla vana ed ansiosa attesa del ritorno del padre lontano, Isabella lamenta la drammatica condizione di reclusa e protesta contro il destino sfavorevole ma, nei componimenti di ispirazione religiosa, sembra accettare, in accorata esaltazione mistica, l’infelice destino terreno.

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