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Robert Lowell ed Elizabeth Bishop

«Scrivo poesie per vendicarmi»

Amore, alcol, follia: le vite tumultuose di Robert Lowell ed Elizabeth Bishop

Grazie al cielo esistono le infanzie infelici, altrimenti chissà di quanti scrittori e artisti avremmo dovuto fare a meno. Prendiamo due dei maggiori poeti americani del Ventesimo secolo, Robert Lowell ed Elizabeth Bishop.

Lowell era il figlio non voluto di una coppia di bostoniani upper class, i cui interminabili litigi seguiti da una cappa di «calma isterica» segnarono la psiche del figlio in modo tragico e potentemente creativo. Bishop perse suo padre a otto mesi, e sua madre (che impazzì di dolore) a cinque anni, quando la donna fu ricoverata in un ospedale psichiatrico e non ne uscì mai più. Entrambi erano consapevoli che la solitudine patita da bambini aveva dilatato la loro immaginazione in modo abnorme e meraviglioso. Lei, pensando a Proust, si rammaricava solo di non aver «sfruttato meglio» l’ asma e la bronchite cronica ereditata dal periodo passato con i nonni paterni in Nuova Scozia, che avevano trascurato la sua salute. Lui scriveva poesie che erano «vendette nei confronti dei genitori». Che Elizabeth Bishop (bruttina, timidissima, alcolizzata e lesbica) e Robert Lowell (bellissimo, mondano, appassionato di donne e pazzo) fossero destinati a comprendersi e a diventare amici, non stupisce.

Che fossero destinati ad amarsi per trent’ anni, seppure a distanza, e a diventare l’ uno la musa dell’ altro, è un’ altra storia. Quella che racconta uno dei libri più ammirati in questo momento negli Stati Uniti: Words in air. Un libro unico nel suo genere: la corrispondenza completa tra due artisti di pari genio, le cui vite tumultuose sembrano vissute per essere descritte, analizzate e dileggiate in queste magnifiche lettere. Robert Lowell ed Elizabeth Bishop si conobbero nel 1947 a New York, a casa del critico Randall Jarrell, entrambi in un momento complicato della propria vita sentimentale. Lui aveva ventinove anni, era reduce dal disastroso matrimonio con la scrittrice Jean Stafford, sposata dopo che lei gli aveva fatto causa per averle sfigurato il volto in un incidente d’ auto. Lei, Bishop, ne aveva quasi trentasei e si stava lasciando con la donna con cui viveva a Key West, Marjorie Stevens.

Quella sera Lowell le apparve «di una bellezza poetica e all’ antica». «Era la prima volta che parlavo con qualcuno di come si scrive poesia», raccontò, e le sembrò stranamente «facile come scambiarsi ricette per una torta». Poco più tardi Elizabeth Bishop scrive a Lowell la prima lettera, felicitandosi che la sua prima raccolta Lord Weary’ s Castle abbia vinto il Pulitzer (che lei stessa avrebbe conquistato nel 1956). Lui le risponde senza giri di parole: «Lei è una scrittrice meravigliosa, e il suo biglietto è l’ unico che abbia contato qualcosa per me». Poi le racconta di un vicino che con una sigaretta ha quasi incendiato il loro palazzo, la notte prima. Lowell stesso, una volta, si cacciò una sigaretta accesa in tasca per distrazione, dandosi quasi fuoco da solo. Non tutti gli episodi autodistruttivi della sua vita furono tragici, dopo tutto. E queste lettere dimostrano che una delle cose che lui e Bishop avevano in comune (oltre all’ amore per la parola, la metrica, l’ etimologia e la metafora) era la capacità di ridere, malgrado tutto, di se stessi. Come poeti, non potevano essere più diversi.

Lui era prolifico, vigoroso, amato dal pubblico e determinato a «sporcare» la poesia con la vita quotidiana e la violenza. Lei era astratta e capace di scrivere anche solo due poesie in un intero anno, per pochissimi lettori (la sua popolarità crebbe poi con gli anni fino ad eguagliare oggi quella di Lowell). Lui gravitò quasi sempre intorno al New England e all’ Inghilterra. Lei era affascinata dai luoghi esotici e visse a lungo a Key West e in Brasile.

«Mi sembra di avere passato la mia vita a sentire la tua mancanza» le scriveva Lowell pochi anni prima di morire. Eppure sembrano quasi evitare gli incontri di persona. È la parola scritta ad attrarli irresistibilmente, l’ una verso l’ altro, non la seduzione fisica. «Mia cara» scrive Lowell che intanto collezionava una quantità di amanti e si sposava altre due volte, con le scrittrici Elizabeth Hardwick e Caroline Blackwood, «io scrivo soltanto per te». Fu nell’ estate del ‘ 57 che Elizabeth Bishop, accompagnata dall’ amante brasiliana Lota de Macedo Soares, decise di andare a trovare Lowell ed Elizabeth Hardwick in Maine, e fu un incontro infelice a cui seguirono anni ancora più infelici. Lowell era vittima di attacchi di depressione bipolare, e i suoi «entusiasmi», come li chiamava, lo rendevano così aggressivo che alle sue conferenze le università dovevano mettere in prima fila una barriera di studiosi col fisico da servizio d’ ordine. E Bishop era capace di ubriacarsi fino a perdere i sensi. E dopo il suicidio di Lota de Macedo Soares, nel 1967, certamente non migliorò.

Eppure, ricordando quell’ estate nel Maine, un giorno Lowell le scrive: «C’ è un pezzo di passato che vorrei togliermi dal cuore». E le ricorda una giornata di sole e mare alla fine della quale lei gli disse: «Quando scriverai il mio epitaffio, devi dire che ero la persona più sola che sia mai vissuta». «Ho creduto che fosse solo questione di tempo e ti avrei chiesto di sposarmi… Sposare te sarebbe stata la grande alternativa, l’ altra vita che avrebbe potuto essere». Robert Lowell morì di un attacco di cuore nel 1977 in un taxi, mentre lasciava la terza moglie Caroline Blackwood per la seconda, Elizabeth Hardwick. E fu Elizabeth Bishop a dover scrivere il suo epitaffio. Lo fece con una poesia. S’ intitola North Haven e parla di un «amico triste» che non potrà più «scomporre o ridisporre (come il loro canto i passeri)», le sue magnifiche poesie.

* I testi Tutte le lettere tra Robert Lowell e Elizabeth Bishop sono raccolte nel libro, uscito in Usa, «Words in air» (curato da Thomas Travisano con Saskia Hamilton) edito da Farrar, Straus & Giroux

Manera Livia

Pagina 33
(5 gennaio 2009) – Corriere della Sera

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